Dall’intelligenza umana all’AI nel mondo scolastico.

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Ho insegnato per tutta la vita letteratura, parole, testi, pensiero critico e forse proprio per questo
oggi sento il bisogno di riflettere su una tecnologia che usa le parole, produce testi, risponde alle
domande ma non è umana.
Quando sentiamo parlare di Intelligenza Artificiale, spesso immaginiamo qualcosa di misterioso, di
potente, a volte persino di minaccioso. In realtà, l’AI non è un cervello che pensa, non prova
emozioni, non ha coscienza, non ha intenzioni.
È semplicemente uno strumento che impara osservando grandi quantità di dati.
Ma attenzione: imita, non comprende davvero. Può aiutarci a risparmiare tempo, a trovare
informazioni, a semplificare alcuni compiti ripetitivi e può essere di supporto nella scuola, se usata
con intelligenza e misura.
Il problema non è l’AI in sé, è come la usiamo e quanto le affidiamo, perché non è neutrale. Se
impara da dati sbagliati, restituisce risultati sbagliati; se apprende da dati pieni di pregiudizi,
restituisce pregiudizi.
Un algoritmo può escludere, discriminare, decidere, e spesso lo fa senza spiegarsi, senza poter
essere interrogato come faremmo con una persona. E allora sorgono domande che non sono
tecniche, ma profondamente umane: chi è responsabile se una macchina sbaglia Chi risponde di
una decisione presa da un algoritmo? Vogliamo davvero delegare alle macchine ciò che riguarda la
vita delle persone?
Per questo oggi si parla di regole, di limiti, di responsabilità; non per bloccare il progresso, ma per
guidarlo.
Così come abbiamo regole nella scuola, nella medicina, nella giustizia, allo stesso modo ci devono
essere anche per l’Intelligenza Artificiale. Più una tecnologia incide sulla vita stessa delle persone,
più deve essere controllata.
Ma resta qualcosa di ancora più importante ed è l’etica che non si programma in un computer ma
si coltiva, si insegna, si trasmette. Ed è qui che entra in gioco la scuola e noi insegnanti che non
dobbiamo diventare esperti di informatica, ma aiutare i nostri studenti a non essere utenti passivi.
Dobbiamo insegnare loro a fare domande, a non accettare una risposta solo perché “lo dice la
macchina”, a ricordare che il pensiero critico è una responsabilità umana.
L’Intelligenza Artificiale è una risorsa ma non deve mai sostituire il giudizio umano, può affiancarci,
supportarci, aiutarci ma non può decidere al posto nostro che cosa è giusto, che cosa è vero, che
cosa è buono.
L’AI è già il presente e il modo in cui la useremo dipenderà non solo dagli ingegneri o dai legislatori
ma anche da chi educa, da chi forma, da chi trasmette valori. La cultura umanistica, la scuola, la
parola non sono un ostacolo alla tecnologia ma la bussola che ci aiuta a non perderci.
Poiché uno studente su cinque oggi utilizza regolarmente l’AI, l’insegnante rimane il soggetto
centrale nella formazione del pensiero critico e della creatività dello studente stesso, portandolo a
valutare l’accuratezza, la qualità della risposta fornita dalla macchina e potenziando le sue capacità
analitiche. Pertanto, l’integrazione dell’AI nella scuola dovrà essere un supporto all’apprendimento,
un aiuto al soggetto da formare che da ricercatore passivo diventerà creatore attivo analizzando e
rielaborando i contenuti generati. Allora che ben venga l’Intelligenza artificiale nella scuola la quale
sarà sempre quella meravigliosa fucina di formazione di spiriti liberi e creativi.
Caterina Cavallaro

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