Homo homini lupus, e anche feminae

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I femminicidi di Federica Torzullo e Assunta Currà, sono l’esito di un sistema che continua a
produrre violenza ed a raccontarla con parole sbagliate, leggi ambigue e politiche di prevenzione
assenti o intermittenti.
Nel 2025, nonostante anni di mobilitazioni e richiami deontologici, il termine “raptus” compare
ancora in circa il 3% degli articoli giornalistici che raccontano femminicidi e violenza maschile
contro le donne. Una parola priva di fondamento scientifico e giuridico, che trasforma un atto di
potere e dominio in una perdita momentanea di controllo. Al contrario, la parola “femminicidio” è
oggi di uso comune: un passaggio rilevante, perché segna l’uscita del concetto dai soli ambiti
accademici e militanti ed il suo ingresso nel lessico pubblico.
Già nel 2012, con la campagna #LeParoleSonoPietre, si chiedeva ai media di smettere di raccontare
la morte delle donne attraverso la “passione” di chi le uccideva: gelosia, follia, depressione,
disperazione. Le Raccomandazioni della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ)
sull’informazione relativa alla violenza contro le donne – adottate e aggiornate nel corso degli anni- indicano chiaramente di evitare linguaggi giustificazionisti, stereotipi di genere, colpevolizzazione
delle vittime e narrazioni che isolano i singoli casi dal contesto strutturale.
Questo stesso impianto culturale emerge nel dibattito legislativo. Nel 2025, la senatrice Giulia
Bongiorno ha riformulato il disegno di legge sulla violenza di genere a sua firma, facendo
scomparire il riferimento al consenso, che in teoria era al centro dell’accordo politico tra la
presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein. Nella
nuova versione del testo, che sarà messa ai voti nelle prossime settimane, il consenso viene
sostituito dal concetto di “dissenso”. Si parla di «volontà contraria all’atto sessuale», che deve
essere «valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso», e si
specifica che l’atto è contrario alla volontà della persona anche quando avviene “a sorpresa” o
approfittando dell’impossibilità di esprimere dissenso. Contestualmente, vengono ridotte le
sanzioni previste.
Sostituire il consenso con il dissenso cambia radicalmente il senso della legge.
La rimozione del consenso si accompagna alla persistente assenza di una politica strutturale di
prevenzione. In Italia, l’educazione sessuale e affettiva non è obbligatoria per legge. Nel panorama
dell’Unione Europea, questa mancanza riguarda solo altri sei Paesi: Ungheria, Bulgaria, Cipro,
Romania, Lituania e Polonia. Non è casuale che alcuni di questi, abbiano anche ostacolato
l’adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul, il principale trattato internazionale per la
prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne.
Il dibattito sull’educazione sessuale nelle scuole italiane non è nuovo. Il primo disegno di legge
risale al 1975, proposto dal Partito Comunista Italiano, con primo firmatario il deputato Giorgio
Bini. A distanza di cinquantuno anni, l’educazione sessuo-affettiva resta affidata ad iniziative
sporadiche, spesso attivate solo dopo l’ennesimo femminicidio. Anche il piano “Educare alle
relazioni” promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito si inserisce in questo quadro
frammentario, senza colmare il vuoto normativo.
A livello internazionale, il 14 novembre 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, insieme a
UNESCO, UNAIDS, UNFPA, UNICEF e UN Women, ha aggiornato l’International Technical Guidance
on Sexuality Education, che pone al centro il concetto di Comprehensive Sexual Education (CSE):
un’educazione che considera la sessualità come il risultato dell’interazione di fattori biologici,
psicologici, sociali, economici, politici, culturali, giuridici, storici e religiosi, e che mira alla salute
sessuale, alla parità di genere ed alla tutela dei diritti.
Caterina Muraca, responsabile questioni di genere Rifondazione Comunista – Calabria

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