Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per la Calabria, doveva essere la svolta.
Una pioggia di miliardi – oltre 6,2 per l’intera regione – per scuole, ospedali, infrastrutture, digitalizzazione.
E invece, a quattro anni dall’avvio, le mappe dei progetti raccontano un’altra storia: molte risorse assegnate, pochi cantieri aperti, troppa burocrazia e zero coordinamento.
Nel cuore della provincia di Catanzaro, Lamezia Terme è il caso simbolo di questa frattura tra la promessa e la realtà.
Il laboratorio lametino: tanti progetti, pochi risultati
I numeri parlano chiaro. Tra il 2022 e il 2025, Lamezia ha ottenuto circa 12 milioni di euro di fondi PNRR:
beni confiscati, rigenerazione urbana, asili nido, stadio, sanità territoriale.
Una mole di interventi che, sulla carta, farebbe invidia a qualsiasi città di medie dimensioni.
Eppure, a guardare gli albi pretorii e gli open data, si scopre che gran parte di quelle opere è ferma alle fasi preliminari.
Delibere approvate, finanziamenti assegnati, ma nessuna rendicontazione effettiva.
Una situazione non isolata: in diversi ambiti della provincia di Catanzaro la capacità di spesa resta inchiodata sotto il 40%.
Il rischio è concreto: perdere fondi già assegnati, come già avvenuto in altri contesti meridionali.
Politici senza visione
Il primo errore è politico.
In troppi comuni il PNRR è stato gestito come una sequenza di bandi, non come un progetto di sviluppo.
A Lamezia, come altrove, le giunte hanno scelto di “inseguire” i finanziamenti, senza chiedersi se le opere rispondessero a un disegno urbano coerente.
Ogni cambio di amministrazione ha comportato ripartenze, revisioni, rinvii.
Il risultato? Una pianificazione frammentata e difensiva, in cui si finanzia ciò che si può realizzare più in fretta, non ciò che serve davvero.
Il politico, in Calabria, non programma: rincorre.
E quando manca la visione, anche i fondi europei diventano un labirinto burocratico.
Tecnici bloccati dalla paura della firma
Dall’altro lato, i tecnici comunali – spesso pochi e isolati – vivono sotto pressione.
Devono gestire decine di progetti contemporaneamente, tra CIG, CUP, codici unici, bandi e piattaforme digitali che cambiano di continuo.
Molti di loro, dopo anni di inchieste e ispezioni, hanno sviluppato una paura della firma: la paralisi di chi preferisce non decidere piuttosto che rischiare un errore formale.
Il risultato è una burocrazia difensiva, dove l’atto di firmare una determina o validare una gara diventa un gesto eroico.
La Calabria non manca di intelligenze amministrative: manca di protezione per chi fa bene il proprio lavoro.
La frattura tra chi decide e chi deve eseguire
Il nodo più profondo è nella relazione tra politica e tecnica.
Il PNRR richiede una catena di comando fluida, fatta di fiducia e cooperazione.
Invece, in troppi enti locali, i due mondi non si parlano.
Il politico accusa il tecnico di rallentare, il tecnico accusa il politico di improvvisare.
E intanto i progetti restano sospesi, “a metà del guado”, tra un ufficio e una determina.
È una crisi di governance prima ancora che di capacità.
Il sistema non fallisce per mancanza di fondi, ma per assenza di un linguaggio comune tra chi pensa e chi realizza.
Chi paga il prezzo: i cittadini
Le conseguenze sono visibili.
Scuole mai ristrutturate, centri sociali ancora chiusi, quartieri che aspettano la rigenerazione promessa.
In Calabria, il PNRR rischia di diventare l’ennesima occasione perduta raccontata come successo mediatico.
E mentre la politica discute di “missioni” e “componenti”, i cittadini continuano a vivere in territori dove nulla cambia.
Serve un patto nuovo tra politica e tecnica
Non basta accusare. Serve una riforma culturale e organizzativa.
Il politico deve tornare a fare il politico, cioè dare visione e stabilità.
Il tecnico deve essere messo in condizione di lavorare, non lasciato solo o minacciato da cavilli normativi.
Serve un patto di fiducia, un modello di co-responsabilità amministrativa, in cui si premia chi fa e si sanziona chi blocca.
Conclusione: la responsabilità è condivisa, ma non può più essere rimandata
La colpa della non riuscita non è solo del politico né solo del tecnico.
È di una classe dirigente che ha smarrito il senso della responsabilità pubblica.
In Calabria, dove la parola “riforma” spesso resta sulla carta, il PNRR rappresenta il test più serio degli ultimi decenni.
Se anche questa occasione fallisse, non potremo più parlare di destino, ma di scelte.
Perché la verità è semplice: i fondi arrivano, ma la fiducia dei cittadini no. E quella, nessun PNRR potrà ricostruirla.
Graziella Catozza – Giornalista
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