Il 28 marzo è stata la Giornata mondiale dell’endometriosi; istituita per sensibilizzare le persone, ma che troppo
spesso si riduce ad una diffusione confusa di informazioni. Per questo è necessario riportare al centro dati ed
esperienze, soprattutto per quanto riguarda il Mezzogiorno.
L’endometriosi è una malattia complessa e spesso subdola, il cui sintomo principale è un dolore pelvico intenso
che può diventare cronico e invalidante. Non si tratta dei “normali dolori mestruali”: può impedire le attività
quotidiane, manifestarsi anche al di fuori del ciclo, durante i rapporti sessuali, l’ovulazione o attraverso disturbi
intestinali e urinari, spesso accompagnati da gonfiore addominale. A questi si aggiungono stanchezza persistente,
mal di schiena, flussi abbondanti e, in alcuni casi, difficoltà nel concepimento.
È fondamentale ribadire che la gravidanza non rappresenta una cura. Diffondere questo falso mito contribuisce ad
aumentare frustrazione e senso di colpa in chi già affronta un percorso complesso.
Il problema principale resta il ritardo diagnostico: in media, in Italia, servono fino a dieci anni per arrivare ad una
diagnosi. Un tempo inaccettabile, aggravato da una cultura che tende a normalizzare il dolore femminile,
contribuendo a silenziare e delegittimare chi ne soffre. L’endometriosi è una patologia invalidante, che può
richiedere interventi chirurgici anche invasivi ed avere conseguenze permanenti sul corpo e sulla qualità della vita.
Nel Mezzogiorno questa situazione si intreccia con profonde disuguaglianze territoriali. I centri specializzati, dotati
di équipe multidisciplinari e chirurgia laparoscopica avanzata, sono concentrati prevalentemente nel Nord e nel
Centro Italia. Al Sud, la rete assistenziale è frammentata e insufficiente: chi necessita di cure complesse è spesso
costrettə a spostarsi, affrontando costi economici e personali elevati, oppure a rinunciare alle cure. Regioni come
Puglia, Calabria e Sicilia registrano una frequenza elevata di endometriosi, ma un tasso di diagnosi più basso
rispetto al Nord. A ciò si aggiunge una sottorappresentazione nelle ricerche: le donne meridionali restano ai
margini anche nei processi di raccolta dei dati.
Come Rifondazione Comunista Calabria chiediamo alla Regione di far emergere i dati reali sul territorio ed
investire risorse nella sanità pubblica, anziché destinarle ad altre priorità. Nella nostra Regione si è scelto di
allocare 14,8 milioni di euro dei fondi europei 2021 – 2027 alla voce “difesa”: risorse che potrebbero invece essere
impiegate per rafforzare i servizi sanitari territoriali.
Tra questi, vi sono i consultori: a fronte di una popolazione di oltre 1,8 milioni di abitanti, ne servirebbero 93, ma
quelli attualmente operativi sono appena 47. Strutture fondamentali, dove troppo spesso il dolore riportato viene
ancora minimizzato o non adeguatamente indagato.
Nonostante il DCA n. 15 del 23 gennaio 2025 abbia annunciato una riorganizzazione della rete consultoriale, la
situazione reale resta critica. Eppure, già dal 2017, l’endometriosi è stata riconosciuta come malattia cronica ed è
inclusa nei Livelli Essenziali di Assistenza.
Perciò servono politiche pubbliche efficaci: più centri specializzati, formazione continua del personale sanitario,
investimenti nella ricerca e tutele lavorative concrete per chi convive con questa patologia.
Caterina Muraca, Responsabile questioni di genere PRC – SE Calabria
Angelica Perrone, Responsabile Sanità PRC – SE Calabria
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