Rifondazione Comunista: “La strage di Amendolara impne una mobilitazione contro il sistema di sfruttamento dei migranti”

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Alla vigilia dell’80° anniversario della nascita della Repubblica, quattro lavoratori sono morti come si
moriva negli anni più bui dell’Italia pre-repubblicana: per mano diretta o indiretta dei padroni.
La notizia della morte di quattro lavoratori migranti trovati carbonizzati lungo la Strada Statale 106
Jonica, nei pressi di Amendolara, suscita profondo dolore, sgomento e indignazione.
Con il passare delle ore il quadro della vicenda si è fatto sempre più chiaro, soprattutto dopo la diffusione
delle immagini delle telecamere di sorveglianza che mostrano con evidenza la violenza e la volontà
omicida che hanno caratterizzato questa tragedia. È necessario che venga fatta piena luce su quanto
accaduto, ma è altrettanto necessario guardare oltre il singolo episodio e interrogarsi sul contesto che lo
ha reso possibile.
Dalle dichiarazioni dell’unico sopravvissuto emerge infatti una realtà fatta di sfruttamento, ricatti,
violenze e mancati pagamenti. Lo stesso lavoratore, rimasto gravemente ustionato, racconta di essere
stato costretto a lavorare con la forza senza ricevere quanto gli spettava. Da queste testimonianze, così
come dalle condizioni in cui vivono migliaia di lavoratori migranti nella Sibaritide e in molte altre aree
agricole del Paese, emerge un quadro inequivocabile: siamo di fronte a un sistema di sfruttamento e
caporalato radicato, sommerso solo in apparenza, ma in realtà perfettamente integrato nei meccanismi
economici che producono ricchezza sui nostri territori.
Il Presidente Occhiuto ha definito questa vicenda disumana. Lo è. Ma sarebbe ipocrita fermarsi
all’indignazione per il singolo fatto senza nominare il sistema che lo genera. Un sistema agricolo che
continua a prosperare grazie al lavoro sottopagato, ricattabile e invisibile di migliaia di persone. Persone
che vengono chiamate “migranti economici” e che non sono diverse dai nostri padri e dai nostri nonni
quando lasciavano questa terra in cerca di una vita dignitosa.
Per troppo tempo le istituzioni, gli organismi preposti ai controlli e una parte consistente della società
hanno scelto di non vedere. Per troppo tempo si è preferito considerare queste condizioni come un
problema marginale, una realtà distante, una questione che riguardava soltanto chi ne era vittima. Ma
questa tragedia dimostra che non esistono zone grigie. Esistono responsabilità precise e un sistema che
continua a funzionare perché troppi continuano a tollerarlo.
Oggi non può che tornarci alla mente l’efferato omicidio di Soumaila Sacko, avvenuto proprio il 2 giugno
di otto anni fa nel Vibonese. La matrice di queste vicende è sempre la stessa: lo sfruttamento del lavoro
agricolo delle persone migranti e il ruolo dei caporali che svolgono il lavoro sporco per conto di chi trae
profitto da questo sistema.
Di fronte a quattro ulteriori vite spezzate, che si aggiungono alle migliaia consumate nel silenzio nel corso
dei decenni, c’è una considerazione che precede ogni altra: il rispetto della dignità umana. Le vittime
erano lavoratori, persone che contribuivano ogni giorno con il proprio impegno all’economia dei nostri
territori. La loro morte merita verità, giustizia e memoria.
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Federazione provinciale di Cosenza
Corso Bernardino Telesio, 102
87100 – Cosenza
tel. 377.1123769
rifondazionecs@gmail.com
Ci auguriamo che questa vicenda riceva tutta l’attenzione che merita e ci impegniamo affinché non venga
archiviata nell’indifferenza. Troppo spesso, quando a perdere la vita sono persone migranti, il dolore
viene percepito come meno urgente e meno rilevante. Non devono esistere vittime di serie A e vittime di
serie B. Ogni vita umana ha lo stesso valore e ogni morte merita la stessa ricerca della verità.
Ma oggi serve dire qualcosa di più. Non bastano i comunicati di cordoglio, non bastano le dichiarazioni di
circostanza, non bastano le indignazioni che durano il tempo di un titolo di giornale. La società civile non
può più voltarsi dall’altra parte. Lo ha fatto troppe volte. È accaduto ieri, accade ancora oggi e non deve
più accadere domani.
Ogni volta che si sceglie il silenzio di fronte allo sfruttamento, ogni volta che si accetta come normale ciò
che normale non è, ogni volta che si considera il destino di questi lavoratori come una questione che
riguarda qualcun altro, si contribuisce a rendere possibile il ripetersi di tragedie come questa.
Nessuno può restare indifferente di fronte a quanto accaduto: dalle istituzioni alla magistratura, dai
sindaci alle organizzazioni sociali e sindacali, fino a ciascun cittadino. È necessario che le forze sociali e
democratiche si mobilitino affinché venga fermato il sistema di sfruttamento che pervade l’economia
agricola della Calabria e di molte altre aree del Paese.
Perché il problema non è soltanto chi ha ucciso. Il problema è anche chi ha visto e ha taciuto, chi sapeva e
ha ignorato, chi ha preferito non guardare. Ed è proprio questa indifferenza che non possiamo più
permetterci.
Gianmaria Milicchio – Segretario provinciale
Adriano d’Amico – Responsabile provinciale migranti e movimenti
di Rifondazione Comunista

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