Quanto accaduto a San Giovanni in Fiore non può essere archiviato come un “episodio isolato”.
L’aggressione subita da una giovane donna per mano dell’ex fidanzato è l’ennesima manifestazione di
una violenza strutturale che attraversa il nostro paese e che colpisce in modo sistematico le donne e le
persone LGBTQIA+. A questa violenza si somma il silenzio mediatico, contribuendo ad una seconda
forma di cancellazione ed isolamento.
Da anni si insiste sulla necessità di “riconoscere i segnali”, come se la prevenzione della violenza
dipendesse principalmente dalla capacità individuale delle donne di interpretare comportamenti ambigui o
di anticipare il pericolo. Questa narrazione normalizza il controllo, il possesso e l’aggressione.
Non possiamo limitarci a “prendere coscienza” solo quando avviene una tragedia.
I dati più recenti sono allarmanti: nel 2025 si registra un aumento significativo delle violenze tra lə più
giovanə, fino al 37,6% nella fascia 16-24 anni, ed una crescita delle violenze sessuali anche al di fuori
delle relazioni di coppia. Non esistono femminicidi o transcidi che abbiano un peso diverso: tutti
affondano le radici nella stessa cultura patriarcale contro cui, come comuniste, femministe e
transfemministe, lottiamo da anni.
Com’è possibile che ancora oggi una ragazza non possa uscire la sera con la certezza di tornare a casa
senza incontrare un uomo violento? Le donne continuano ad essere educate alla prudenza, al controllo dei
propri comportamenti, del proprio corpo e dei propri orari. È invece necessario educare gli uomini a non
esercitare violenza: a non stuprare, non molestare, non picchiare, non uccidere.
Il contrasto alla violenza di genere richiede politiche strutturali: educazione sessuoaffettiva all’interno
delle scuole, finanziamenti stabili ai centri antiviolenza, formazione obbligatoria per operatori e forze
dell’ordine, ed un impegno costante sul piano culturale e sociale. La sicurezza delle donne non può essere
affidata alla responsabilità individuale, ma deve diventare una priorità collettiva e politica.
Nessuna donna dovrebbe avere paura di lasciare il proprio partner. Nessuna persona dovrebbe temere
ritorsioni o provare vergogna per aver deciso di interrompere una relazione. Lo spazio pubblico e le
relazioni devono tornare ad essere “luoghi” sicuri e non di paura.
Caterina Muraca, responsabile questioni di genere Rifondazione Comunista Calabri
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