LE RUBRICHE DELLA SERA: NON ESISTONO RAGAZZI DIFFICILI. ESISTE UNA SOCIETÀ CHE HA SMESSO DI EDUCARE. DI don GAETANO MARIA SACCÀ

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Ho letto una frase che mi ha profondamente colpito: «Non esistono bambini difficili. È difficile essere bambini in un mondo di adulti stanchi, occupati, frettolosi e senza pazienza».

E guardando ciò che sta accadendo in questi giorni nelle nostre città, tra proteste, violenze, vetrine distrutte e giovani che sembrano aver smarrito il senso del limite, mi pongo una domanda: siamo davvero sicuri che il problema siano soltanto i nostri ragazzi?

Forse dovremmo avere il coraggio di riconoscere che, prima ancora di una crisi giovanile, stiamo attraversando una profonda crisi educativa, affettiva e morale del mondo adulto.

Abbiamo studiato la pedagogia, approfondito la psicologia, elaborato teorie sull’educazione e sul comportamento umano. Eppure, troppo spesso, abbiamo dimenticato la cosa più semplice e indispensabile: esserci.

Abbiamo dato ai nostri figli telefonini, automobili, denaro, comodità e ogni genere di possibilità, pensando che non far mancare loro nulla significasse amarli. Ma abbiamo dimenticato che un ragazzo può possedere tutto e sentirsi terribilmente solo. Può avere una casa piena di oggetti e un cuore vuoto di affetto, di ascolto, di comprensione.

Abbiamo confuso il benessere con l’amore, la libertà con l’assenza di regole, il permissivismo con l’educazione. Abbiamo preteso ragazzi maturi senza accompagnarli nella maturazione, responsabili senza insegnare loro la responsabilità, rispettosi senza testimoniare il rispetto.

E oggi, davanti alla violenza, ci scandalizziamo. Invochiamo arresti, multe, carcere, punizioni esemplari. Certamente, chi distrugge deve rispondere delle proprie azioni. La violenza non è mai una forma legittima di protesta e non può trovare giustificazione nel disagio.

Ma punire un comportamento non significa aver compreso ciò che lo ha generato.

Non tutti i ragazzi che sbagliano sono ragazzi non amati, ma certamente troppi giovani crescono senza punti di riferimento, senza qualcuno che sappia ascoltare le loro inquietudini, riconoscere le loro fragilità e insegnare che la libertà non può esistere senza responsabilità.

Forse abbiamo lasciato un’intera generazione allo sbaraglio, delegando alla tecnologia, ai social e alla strada quel compito educativo che apparteneva innanzitutto alla famiglia, alla scuola e alla società.

E allora la domanda non dovrebbe essere soltanto: «Che cosa dobbiamo fare di questi ragazzi?», ma soprattutto: «Che cosa non abbiamo fatto per loro quando avevano bisogno di noi?»

Perché educare non significa soltanto correggere un errore quando ormai è stato commesso, ma costruire una coscienza prima che quell’errore diventi una scelta.

Una società che sa soltanto punire i propri giovani, ma non sa più educarli, rischia di condannare anche il proprio futuro.

E forse, prima di domandarci dove stiano andando i nostri ragazzi, dovremmo avere l’umiltà e il coraggio di chiederci dove eravamo noi mentre stavano crescendo. 

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