Sulla sponda del Petrace mi sono seduta e ho pianto
Storia di un fiume, di una bambina e di lacrime diventate inchiostro
Tempo fa, dopo aver letto Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto di Paulo Coelho, rimasi meravigliata da una coincidenza che, in fondo, coincidenza non era: anch’io, sulla sponda di un fiume, il Petrace, mi ero seduta e avevo pianto.
E mi venne da pensare che certi luoghi ci scelgono molto prima che noi impariamo a riconoscerli.
Il Petrace, ancora prima che conoscessi la sua storia e le leggende che lo avvolgono, esercitava su di me, fin da bambina, un potere seduttivo, misterioso e irresistibile. Era come se le sue acque custodissero un segreto e aspettassero soltanto che io diventassi grande abbastanza per ascoltarlo.
Nel podere di mio nonno Ferdinando c’era un muro che separava la proprietà dal fiume. Nonno lo aveva fatto costruire dopo un’alluvione, per proteggere la terra e la casa dalle acque impetuose.
Ricordo perfettamente una scaletta di legno, costruita accanto a un noce. Era un angolo appartato, un piccolo regno tutto mio, dove l’autunno sapeva trasformare il mondo in una fiaba.
Il noce mi regalava un mantello di foglie dorate e, poco dopo, le sue deliziose noci, che amavo raccogliere. Ma era soprattutto il profumo del mallo verde a rapirmi. Aveva qualcosa di inebriante, quasi fosse assenzio, una fragranza capace di stordire i sensi e spalancare le porte dell’immaginazione.
Bastava respirarlo perché l’anima prendesse il volo.
Mi ritrovavo in boschi lontani, popolati da fate ed elfi, dove danzavo con creature invisibili agli occhi degli adulti. A volte mi sembrava persino che le anime dei trapassati tornassero a trovarmi, richiamate da quel silenzio incantato, per raccontarmi storie di un tempo remoto, quando la vita aveva altri ritmi e il mistero abitava ogni cosa.
Il colore delle foglie autunnali era come una piuma posata sul mio cuore, un cuore già allora malato di sogni.
Quando papà si allontanava, salivo furtivamente sulla scaletta di legno e raggiungevo il muretto. Da lassù osservavo il Petrace scorrere davanti a me, ora placido, ora impetuoso, secondo l’umore delle giornate e forse anche secondo quello che il fiume voleva raccontarmi.
E io, bambina, ascoltavo.
Talvolta mi sembrava di scorgere all’orizzonte un vascello. A bordo c’era un principe venuto da lontano, da un luogo dove esistevano biblioteche immense, cinema e teatri, un mondo che allora potevo soltanto immaginare. Sarebbe arrivato per portarmi via, lontano dal borgo natio, da quel piccolo universo che mi apparteneva per nascita, ma nel quale non riuscivo ancora a riconoscermi del tutto.
Non desideravo soltanto partire. Desideravo scoprire chi fossi, conoscere ciò che si nascondeva oltre i confini del mio mondo, trovare un luogo in cui i miei sogni non sembrassero troppo grandi per la vita che mi aspettava.
Altre volte, invece, sulle acque del Petrace immaginavo di vedere il Navigium Isidis, la nave sacra della grande e meravigliosa Iside, la dea dell’antico Egitto, sposa di Osiride. Mi sembrava che il fiume potesse condurre verso terre remote, civiltà perdute e divinità antiche, come se la sua corrente collegasse il mio piccolo paese a un universo senza confini.
Una cosa, però, era certa, e lo è ancora oggi: guardare il Petrace mi trasmetteva pace e felicità.
Non sapevo spiegarmelo allora, ma forse quel fiume mi offriva ciò che cercavo senza saperlo: un rifugio, una promessa, la possibilità di essere altrove pur restando esattamente dove mi trovavo.
Un giorno pregai papà di accompagnarmi oltre il muro, proprio sulle sponde del fiume.
Ero convinta che avrei trovato conchiglie, come al mare. Naturalmente non ce n’erano.
Trovai, invece, una calamita.
Non sapevo che cosa fosse e papà mi spiegò il suo straordinario potere: attirare il ferro. Rimasi affascinata da quella forza invisibile, capace di avvicinare ciò che sembrava lontano senza neppure toccarlo.
Per molto tempo giocai con la calamita insieme a Pinuccio, il bambino che abitava vicino a casa mia. Ci divertiva osservare quell’attrazione misteriosa, come se anche un semplice oggetto potesse custodire una piccola magia.
Forse, già allora, il mondo mi stava insegnando che esistono forze invisibili capaci di avvicinare le cose. Proprio come accade con i ricordi, con i sogni e con certe persone che continuano ad abitare dentro di noi anche quando la vita le porta lontano.
Ma la meraviglia più grande, per me, era un’altra.
Sul Petrace volavano le cicogne.
Nella mia ingenuità di bambina credevo ancora che fossero loro a portare i bambini. Le adoravo per questo: ai miei occhi erano creature gentili, messaggere della vita, portatrici di fagottini preziosi che profumavano di latte e borotalco.
Mi piaceva pensare che ogni bambino arrivasse al mondo così, avvolto in un involucro di tenerezza, affidato alle ali di un uccello che conosceva la strada verso la felicità.
Oggi, quando sento parlare di violenze sessuali sulle donne, di abusi, di crudeltà e di altre terribili perversioni, mi sorprendo a desiderare che quella leggenda infantile fosse vera. Che le cicogne portassero davvero i bambini e che ogni nuova vita arrivasse soltanto attraverso la tenerezza, il rispetto e l’amore.
Forse, allora, il mondo sarebbe meno crudele.
Ma questa è un’altra storia.
A volte, quando scrivo, mi capita di seguire un pensiero e di ritrovarmi molto lontano dal punto da cui ero partita. Forse perché i ricordi non conoscono strade dritte: si intrecciano, si richiamano, aprono porte che credevamo chiuse e ci conducono in luoghi che non sapevamo di custodire.
E il Petrace, per me, è sempre stato una di quelle porte.
Molti anni dopo, quando cominciai a conoscere la storia e le leggende legate all’antico Metauro, compresi che la mia sensazione di bambina non era nata soltanto dalla fantasia. Quel fiume possedeva davvero una storia antica, intrecciata al mito, alla fede e alla memoria della nostra terra.
Fu come scoprire che il mondo immaginato dalla bambina esisteva, almeno in parte, anche fuori di lei.
Il Petrace, che nasce nel cuore dell’Aspromonte e attraversa la Piana di Gioia Tauro, è stato associato dalla tradizione all’antico Metauro, un fiume avvolto da racconti mitologici e credenze sulle virtù delle sue acque.
Una delle leggende più affascinanti riguarda Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra.
Dopo aver ucciso la madre per vendicare l’assassinio del padre, Oreste perse la pace e la ragione. Le Erinni, terribili personificazioni della vendetta e del rimorso, cominciarono a perseguitarlo, trasformando la sua esistenza in un tormento senza fine.
Disperato, si rivolse all’oracolo di Delfi, cercando una via d’uscita dalla propria follia.
La risposta della Pizia, sacerdotessa di Apollo, lo indirizzò verso una terra d’Occidente, dove avrebbe trovato un fiume dalle caratteristiche prodigiose. Le sue acque, alimentate da sette affluenti, avrebbero potuto liberarlo dal tormento.
Secondo il racconto tramandato, Oreste giunse nella Piana di Gioia Tauro e riconobbe nel Metauro il fiume indicato dall’oracolo. Gli affluenti che la tradizione associa a questa storia sono il Duverso, il Calabro, il Marro, lo Jona, il Cerasia, il Razza e il Serra.
Oreste si immerse nelle acque per sette volte e, quando riemerse, aveva ritrovato la ragione e la pace.
Finalmente libero dalle Erinni, si recò a Reggio, dove avrebbe innalzato un tempio a Diana Fascelide. In segno di riconciliazione con se stesso e con il mondo, appese la spada a un albero di alloro.
Mi sono sempre chiesta che cosa cercassero davvero gli uomini dell’antichità quando affidavano la propria sofferenza alle acque di un fiume.
Forse cercavano una purificazione. Forse desideravano lasciare andare ciò che li tormentava, consegnare alla corrente il peso di una colpa, di una paura, di una vita diventata troppo difficile da sopportare.
O forse avevano semplicemente bisogno di credere che, da qualche parte, esistesse un luogo capace di restituire la pace perduta.
Non è forse questo che cerchiamo tutti, almeno una volta nella vita?
Al Petrace è legato anche il racconto di un miracolo di san Fantino. La tradizione narra che il santo, trovandosi davanti alle acque gonfie e difficili da attraversare, ordinò loro di fermarsi per consentirgli il passaggio.
«Fermati, perché passa Fantino, servo di Dio».
E le acque si arrestarono, aprendogli la strada, come se il fiume stesso avesse riconosciuto la sua santità.
Anche in questo racconto il Petrace non è soltanto acqua che scorre. È una presenza viva, capace di ascoltare, di obbedire, di proteggere.
Nel 1601 fra’ Girolamo Marafioti, originario di Polistena e profondo conoscitore della Calabria, pubblicò le sue Croniche et antichità di Calabria. Nella sua opera ricordò il Metauro, chiamato anche Paccolino da Catone secondo la tradizione da lui riportata, e descrisse le virtù sanative attribuite alle sue acque.
Marafioti riferiva che i bagni nel fiume erano considerati benefici contro alcuni disturbi della pelle, comprese forme di alopecia e ulcere. Spiegava inoltre che proprio quelle proprietà, ritenute miracolose, rendevano meno sorprendente la guarigione di Oreste narrata dagli antichi.
Erano credenze di un altro tempo, testimonianze di un’epoca in cui la natura rappresentava non soltanto una risorsa, ma anche un mistero al quale gli uomini affidavano le proprie speranze.
Eppure, leggendo quelle pagine, non potevo fare a meno di sorridere.
La bambina che ero aveva forse intuito qualcosa.
Non che il fiume potesse davvero guarire ogni ferita, ma che certi luoghi possiedono il potere di accoglierci quando non sappiamo più dove andare. Luoghi in cui il dolore trova finalmente lo spazio per manifestarsi e, qualche volta, per trasformarsi.
Il Petrace era ed è magico in tutte le stagioni, non soltanto nel mio amato autunno.
Ricordo l’estate del 1984. Papà mi accompagnava a Palmi per le ripetizioni di matematica, una materia che ho sempre detestato. Durante il tragitto attraversavamo il ponte sul Petrace e io osservavo la vegetazione che si stendeva lungo le sue rive.
Il verde era così intenso, così brillante, che mi sembrava impossibile fosse un colore soltanto.
Lo chiamai, nella mia fantasia, «gli occhi verdi del Petrace».
Anche quell’estate continuavo a sognare come facevo da bambina. Aspettavo il principe azzurro, immaginavo una vita diversa e cantavo Non voglio mica la luna, la canzone di Fiordaliso che sembrava dare voce ai desideri di tante donne: non chiedere l’impossibile, ma soltanto un po’ di felicità.
I sogni, quando sono autentici, non sono una fuga dalla vita. Sono un modo per resisterle, per immaginare ciò che ancora non esiste e trovare il coraggio di andare avanti.
Ci fanno credere che, nonostante tutto, ci sarà un domani diverso. Non necessariamente perfetto, ma ancora capace di sorprenderci.
E io, ogni volta che guardavo il Petrace, sentivo che il mio domani era ancora lì, da qualche parte, nascosto dietro una curva del fiume.
Poi la vita è passata, con la sua dolcezza e le sue ferite.
Sono arrivati giorni che avrei voluto trattenere per sempre e altri che avrei preferito non vivere. Ci sono state assenze, delusioni, silenzi, momenti in cui il dolore sembrava occupare ogni spazio e la solitudine diventava una compagna difficile da sopportare.
E, nel tempo delle lacrime, sono tornata con il pensiero al mio fiume.
Sulla sponda del Petrace mi sono seduta e ho pianto.
Non ero più la bambina che saliva di nascosto sulla scaletta di legno, né la ragazza che attraversava il ponte sognando un principe azzurro. Ero una donna che aveva conosciuto la vita, con le sue promesse mantenute e quelle infrante, con le sue partenze e i suoi ritorni, con tutto ciò che il tempo ci toglie e ciò che, inaspettatamente, ci restituisce.
Mi sono seduta davanti alle acque e ho lasciato che le lacrime scendessero senza vergogna.
Forse, in quel momento, non cercavo risposte. Non avevo bisogno di spiegazioni, né di parole capaci di aggiustare ciò che dentro di me si era spezzato.
Avevo soltanto bisogno di stare lì.
Di sentire il rumore dell’acqua, di respirare l’aria della mia terra, di ritrovare quel luogo che, da bambina, mi aveva insegnato a sognare.
E allora ho immaginato che le mie lacrime si mescolassero alle acque antiche, quelle che secondo la leggenda avevano restituito la ragione a Oreste, quelle che la tradizione aveva considerato capaci di guarire il corpo e l’anima.
Non so se un fiume possa davvero guarire.
So, però, che a volte ci aiuta a sopportare ciò che non possiamo cambiare.
Forse è proprio questo il suo miracolo: non cancellare il dolore, ma insegnarci a lasciarlo scorrere.
E accadde qualcosa che non avrei saputo prevedere.
Le lacrime, poco alla volta, divennero parole.
Il dolore cercò una voce. La solitudine smise di essere soltanto un vuoto e si trasformò in uno spazio nel quale potevo creare. I ricordi, invece di ferirmi soltanto, cominciarono a offrirmi immagini, storie, personaggi e mondi nei quali rifugiarmi e dai quali ripartire.
Come se il Petrace, dopo aver custodito per anni i sogni della bambina che ero stata, mi restituisse finalmente tutto ciò che avevo lasciato sulle sue rive.
Le sue acque divennero inchiostro.
E io intinsi in quell’inchiostro la mia penna.
Nacque così la mia prima opera, il mio primo figlio letterario, concepito sulle rive del fiume della solitudine.
Lo chiamai U Re di Costa.
Non era soltanto un libro. Era una rinascita, una parte di me che trovava finalmente il coraggio di uscire allo scoperto. Era la prova che anche da una stagione dolorosa può nascere qualcosa di bello, che le ferite non devono necessariamente essere soltanto cicatrici e che, qualche volta, ciò che ci ha fatto piangere diventa proprio ciò che ci permette di raccontare.
Dopo secoli di leggende, il Petrace aveva compiuto un altro miracolo, almeno per me.
Non aveva cancellato il mio dolore. Lo aveva trasformato.
E, trasformandolo, mi aveva restituito una possibilità: quella di creare nuovi mondi quando il mio sembrava essersi fatto troppo stretto.
C’è un altro luogo in cui amo incontrare il Petrace: la sua foce.
Partendo dalla spiaggia di Gioia Tauro, nei pressi del ristorante La Struncatura, si può raggiungere a piedi il punto in cui il fiume si consegna al mare. È un paesaggio di una bellezza difficile da descrivere, dove l’acqua dolce incontra quella salata e sembra compiersi un’antica promessa.
Anche la foce del Mesima, che ho visitato anni fa, mi ha lasciato dentro la stessa sensazione: quella di trovarmi davanti a qualcosa di autentico, un luogo in cui la natura conserva ancora il diritto di essere selvaggia e sorprendente.
Sono posti che meriterebbero di essere conosciuti, raccontati e valorizzati. Luoghi che potrebbero attrarre visitatori, studiosi, viaggiatori e persone in cerca di bellezza, se soltanto ricevessero l’attenzione che meritano.
A volte penso che, se si trovassero in qualche regione del Nord Italia, forse sarebbero già diventati mete celebri, raccontate nelle guide, fotografate dai turisti, inserite negli itinerari di chi ama scoprire il patrimonio naturale e culturale del nostro Paese.
In Calabria, invece, troppo spesso la bellezza rimane nascosta, quasi fosse una ricchezza di cui non abbiamo ancora imparato a riconoscere il valore.
E questo mi addolora.
Perché la mia terra non è soltanto ciò che si racconta di lei. È una storia antica, fatta di miti, civiltà, tradizioni, paesaggi e memorie che meriterebbero di essere tramandate. È una terra che sa essere aspra e generosa, ferita e meravigliosa, capace di custodire tesori che persino chi ci vive rischia, qualche volta, di dimenticare.
Ma questa, come dico spesso quando mi lascio trascinare dai pensieri, è un’altra storia.
O forse no.
Forse è proprio la stessa storia: quella di ciò che amiamo e che vorremmo vedere riconosciuto, protetto e consegnato al futuro.
A volte, quando mi trovo nei pressi del Petrace, mi piace immaginare che, in un tempo remoto, sulle sue rive sorgesse un tempio pagano.
Non so se sia davvero così. È una fantasia, una di quelle che mi accompagnano da quando ero bambina e che non ho mai avuto il desiderio di abbandonare.
Mi sembra di vedere giovani donne vestite all’antica, con tuniche leggere che ondeggiano al vento, mentre danzano al suono dei timpani e dei cembali. I loro passi disegnano cerchi sulla terra, i capelli si muovono sulle spalle e le voci si mescolano al canto dell’acqua.
A volte compare anche un satiro, intento a suonare uno strumento simile a un flauto. Mi ricorda il pifferaio magico delle fiabe, capace di trascinare chi lo ascolta in un mondo dal quale non si vorrebbe più tornare.
È una musica che non raggiunge le orecchie, ma il cuore.
Forse è questa la magia di cui parlo da sempre: la capacità di vedere, in un paesaggio familiare, le tracce di mondi scomparsi; di sentire la presenza del passato senza confonderlo con il presente; di lasciare che l’immaginazione illumini ciò che gli occhi, da soli, non possono vedere.
E così ritorno al mio fiume.
È di nuovo autunno.
Le foglie cambiano colore, l’aria si fa più fresca e gli uccelli attraversano il cielo sopra il Petrace. Il fiume continua il suo viaggio, indifferente agli anni che passano eppure, in qualche modo, capace di custodirli tutti.
Io sono cambiata. La bambina che raccoglieva le noci sotto il grande albero non c’è più, almeno non nel modo in cui la ricordo. Eppure è ancora dentro di me, con i suoi occhi pieni di meraviglia, le sue fantasie, la sua fame di mondi lontani e la certezza che, oltre il muro, ci fosse qualcosa di straordinario ad aspettarla.
È lei che mi riporta qui.
È lei che mi insegna a sperare ancora, anche quando la vita ha lasciato il segno, anche quando la felicità sembra appartenere a un tempo perduto.
Davanti al Petrace, la magia si rinnova.
Le sue acque scorrono e io torno a credere che ogni fine possa nascondere un nuovo inizio, che ogni ferita possa diventare una storia e che la solitudine, quando troviamo il coraggio di ascoltarla, possa aprire una porta verso la creazione.
Riprendo la mia penna.
La immergo idealmente in quelle acque che per me sono state rifugio, memoria e rinascita. L’inchiostro scorre sulla pagina, portando con sé la voce della bambina che ero, i sogni della ragazza che sono stata e le lacrime della donna che ha imparato, a modo suo, a trasformare il dolore.
Non so se ritroverò la felicità di un tempo.
Forse la felicità perduta non ritorna mai nella stessa forma. Forse bisogna imparare a riconoscerla in altri luoghi, in altre persone, in una pagina scritta, in un ricordo che non fa più male, nella luce dorata di una foglia d’autunno.
Ma so che continuerò a cercarla.
E finché avrò un sogno da inseguire, una storia da raccontare e una parola da affidare alla carta, non sarò mai del tutto sola.
Perché il Petrace è ancora lì.
Scorre, custodisce, accompagna.
E io, sulle sue sponde, continuo a scrivere.
Continuo a sperare.
Continuo a sognare il tempo della felicità perduta, con la consapevolezza che forse non tutto ciò che abbiamo perduto è davvero scomparso: qualcosa rimane dentro di noi, in attesa di essere ritrovato.
A volte basta tornare al luogo in cui tutto è cominciato.
A volte basta sedersi sulla sponda di un fiume e lasciarsi attraversare dai ricordi.
E, se il cuore trova finalmente il coraggio di parlare, persino le lacrime possono diventare inchiostro.
Il mio inchiostro.
Quello del Petrace, il fiume della mia infanzia, dei miei sogni e della mia rinascita.
(Ringrazio il dott. Vittorio Savoia per la gentile concessione delle foto)
Caterina Sorbara
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